miércoles, 1 de septiembre de 2010

Non potho reposare

Justo ahora se cumplen dos años de la creación de este blog. ¿Qué mejor manera de celebrarlo que con esta entrada?



Parole di Salvatore Sini (prima meta' del '900)

NON POTHO REPOSARE. Articolo di Antonio Strinna, pubblicato nella Rivista Sonos e contos, che racconta la storia di questa canzone.

Scritta da Salvatore Sini e da Giuseppe Rachel, "Non potho reposare" è una delle canzoni più belle e più popolari della Sardegna.

NON POTHO REPOSARE
(Sini - Rachel)

Non potho reposare, amore e coro... Come potrebbe l'amore conoscere sonno o sosta? L'amore vive di consapevolezza, di giorno e di notte, quando davvero si è innamorati, consapevolezza l'uno dell'altra, che mette al centro del mondo, costantemente, l'amato e l'amata. E' un dono speciale che non si può sprecare neppure per un secondo, per colpa di uno sguardo distratto o un pensiero che non contempli l'altro, non importa se fisicamente lontani. Questo il pensiero dominante, e rivelatorio, del poeta in Non potho reposare.
Attenzione e cura, ribadisce l'autore dei versi, che ugualmente significano amore. Pensende a tie so, donzi momentu... Di qui in avanti, nello sviluppo avvolgente del brano, tutto sembra muoversi in una dimensione quasi sospesa fra l'onirico e il reale, la cui musica sostiene questa suggestiva dimensione attraverso una discreta e allegra mazurka, contemperando così uno spirito decisamente popolare, non senza una sottesa venatura di tristezza, con i sentimenti più profondi e più intensi dell'innamoramento. L'utilizzo poi della tonica all'ottava superiore fa risaltare la melodia, le conferisce leggerezza e ariosità, arricchita nel contempo da caratteristiche appoggiature sul quinto grado.
Ca t'amo, forte t'amo, t'amo e t'amo. L'amore è di per sé infinitezza, diversamente da qualunque altra realtà terrena, una infinitezza che ci apre al soprannaturale. Ed è in fondo questa continuità dell'amore, senza calcoli né condizioni, che ci rende capaci di godere di gioie eterne. Ecco dunque emergere la spazialità straordinaria di una poesia e di una canzone, la spazialità nella quale ci ritroviamo veri e insieme come surreali. Dove ogni desiderio, pensiero e sentimento non è che un susseguirsi dello stesso respiro: amore e ancora amore. La specularità dell'uomo e della donna, attraverso lo sguardo unico dell'amore, appare qui di riflesso in alcune frasi musicali anch'esse metricamente speculari.
Ogni gesto della vita prende forma, si orienta e si motiva con il solo spirito dell'amore, con la sua forza, la sua bellezza, la sua ambizione sempre alta e feconda. E questo ci dà già la certezza che la persona amata non cadrà mai nella tristezza, nello smarrimento o nel dolore, dice il poeta. Osservando la struttura melodica di Rachel, almeno nella prima strofa, notiamo che la frase musicale si risolve con una figurazione ritmica abbellita in forma terzinata, concludendo il tema musicale sul terzo grado dell'accordo di tonica. Si noti poi, di conseguenza, come la chiusura rimanga nell'ambiguità e come questa dia, nuovamente, un senso di infinitezza: da un lato esaurisce formalmente la strofa e dall'altro lascia un senso di indeterminatezza e di attesa.
La commistione poetico musicale del brano parte dunque da qui, dal superamento di convenzioni, di limiti tecnici; e per il poeta, in particolare, tutto prende le mosse, tutto diviene sogno e insieme vissuto a partire dall'amore, che in questo modo è già rimozione di timori, distanze e umana precarietà. Per cui tutto è possibile, anche creare e donare, a beneficio dell'amata, unu mundu bellissimu pro tene/ pro poder dispensare cada bene. Il brano procede così, uno scatto dopo l'altro, in un crescendo di visioni emotive e di rinnovata intensità, quasi volesse librarsi nell'aria, liberando gli innamorati dalle catene della lontananza o di una severa quotidianità. In virtù dell'amore, dice il poeta, riconoscente, potrei trasferire sulla terra il Paradiso, tutto per te. Sì, perchè la donna amata è il sole che m'illumina, che mi esalta il cuore e la mente. Di qui il lampo di luce e di calore che accompagna - con il viatico del canto- il viaggio esistenziale di un uomo e una donna, dove l'affidarsi l'uno all'altro li tiene comunque uniti, sino a farne un solo corpo, una sola anima e, in definitiva, un unico destino. Pensende chi m'istimas mi ristoro/ chi de sa vida nostra tela e tramas/ han sa matessi sorte prite m'amas.

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Chi è Salvatore Sini?

Salvatore Francesco Sini, nato a Sarule il 2 maggio 1873, è figlio di Agostino Sini Cheri e Mariangela Brandinu, una famiglia di pastori. Pastore anch'egli da ragazzo, prima di intraprendere gli studi a Nuoro, nelle scuole medie superiori, studi che poi prosegue all'Università di Cagliari, facoltà di giurisprudenza, conseguendo la laurea in legge col massimo dei voti nel 1904. Dopo la laurea, esercita la professione di avvocato prevalentemente a Nuoro. Del suo paese natale, Sarule, non si dimenticherà mai, anche lontano sentirà sempre una grande nostalgia e un forte legame affettivo e culturale.
Il suo percorso letterario inizia nel 1909 con un dramma dal titolo "Il Medico", pubblicato a Nuoro presso la tipografia "Tanchis". Nel 1911 pubblica una canzone dal titolo "La Guerra Tripolina", un libretto di otto pagine. In tutti i versi della canzone Sini esprime una sua profonda convinzione: la guerra non è affatto una conquista ma una terribile tragedia, sempre devastante nella storia dell'uomo; e questo lo afferma anche altrove, in versi come questi:
"Se il vigor dei forti/ fosse adoprato a coltivare il suolo/ la mente ad educare il cuor di tutti/ in terra regnerebbe il paradiso".
Con il trascorrere degli anni, il poeta manifesta anche le sue tendenze proletarie, ad esempio nella canzone "Lamentos de sas theracas de Nugoro", scritta nel 1915, a cui seguì nel 1919 la canzone "Comunismu". Sini è allora particolarmente impegnato in molte campagne sociali, fra le quali una per la fondazione di una lega fra le donne operaie nuoresi.
Ma la sua poesia raggiunge la cima più alta con "A diosa". Nel 1915 scrive infatti questa canzone, oggi meglio conosciuta col titolo di "Non potho reposare". Come una sorta di risposta a questa, ne scrive un'altra intitolata "A diosu". In seguito, compone anche "Muttos", tutte poesie musicate da Giuseppe Rachel, allora direttore della banda musicale di Nuoro. La poesia "A diosa" è quella che al poeta di Sarule ha dato sicuramente maggior prestigio e notorietà in tutta la Sardegna, nella penisola e anche all'estero.
Proseguendo il suo percorso letterario, c'è da registrare che nel 1924 compone il canto "A Zuseppe Mesina" e poi ancora tanti altri fra i quali ricordiamo: "Sa canthone de Zuseppe Nonne", "Su zeccu" e "Su cundennau innozente". Nel 1929 scrive "Augurios pro s'isposaliziu de su Principe Umberto".
Oltre alle esecuzioni del brano da parte del "Corpo musicale filarmonico", diretto dallo stesso Rachel, ricordiamo la registrazione su disco avvenuta nel 1936 di tre strofe di "A diosa" e tre strofe di "Muttos", tutte cantate dal tenore Maurizio Carta, di Mogoro. Nel 1951 compone dei versi per la morte del compare e amico avv. Ciriaco Offeddu e lo stesso fa per la morte di Attilio Deffenu. Infine, scrive anche i "Gosos de Santu Franziscu".
Salvatore Sini muore a Nuoro il 27 Agosto 1954, quando aveva 81 anni.
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Chi è Giuseppe Rachel?

Nato a Cagliari nel 1858, originario di Parma, è il quinto figlio di una famiglia di musicisti, un po' tutti legati alla musica: Francesco, Pietro, Raimondo, Antonio e Giuseppe. Luigi Rachel, autore delle musiche di "Tristu passirillanti" e di "Canzone de tracca", è invece nipote di Giuseppe, figlio di Antonio. Come musicista professionista troviamo Giuseppe Rachel, in un primo momento, nella città di Verona, direttore di una banda musicale. Fa rientro, dopo pochi anni, in Sardegna, andando a vivere a Tempio Pausania. Più tardi si trasferirà a Nuoro, questa volta definitivamente, dopo aver vinto un concorso come direttore della banda musicale di Nuoro, esaminato da una Commissione presieduta da Maestro Luigi Cànepa di Sassari.
A Nuoro insegna canto alle scuole magistrali e scrive composizioni per ottavino, il suo strumento prediletto. Compone, in particolare, le musiche di Non potho reposare e di Muttos, poesie scritte da Salvatore Sini, nel 1921. Giuseppe Rachel, come si può notare, intreccia le sue origini musicali colte con le atmosfere e le sonorità linguistiche sarde, elaborate in modo raffinato e intenso nei versi del poeta di Sarule, Salvatore Sini, il quale attinge al logudorese e insieme al nuorese. Non potho reposare viene musicata con il tempo di mazurka, una scelta di sicuro non casuale, visto che universalmente richiama le allegre feste paesane, lo spirito popolare, il ballo tradizionale in piazza.
Ben noto e apprezzato a Nuoro, negli anni '30, era il complesso diretto da Rachel, denominato "Corpo musicale filarmonico". Il complesso comprendeva anche una sezione canora di voci miste, affidato a Tomaso Madrigali, organista della Chiesa delle Grazie. Non potho reposare faceva sicuramente parte del suo repertorio, si aggiunga poi che anche il tenore Maurizio Carta la eseguiva e infine la registrò su disco, nel 1936, insieme all'altro brano scritto con Sini, cioè Muttos.
Giuseppe Rachel muore a Nuoro nel 1937, quando aveva poco meno di 8o anni.
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Il viaggio di "Non potho reposare".

Il brano, nato nell'estate del 1921, per una quindicina d'anni rimane nel silenzio, e tuttavia viene amorevolmente custodito e fatto proprio dal "Corpo musicale filarmonico" di Nuoro, diretto dallo stesso Rachel. Ci vorrà ancora molto altro tempo per scoprire il suo vero, grande destino. Finalmente arriva l'incisione delle tre strofe di Non Potho reposare (insieme alle strofe di Muttos) da parte del tenore di Mogoro Maurizio Carta, avvenuta nel 1936.
Finalmente, soprattutto, arriva quella del Coro Barbagia di Nuoro, diretto da Banneddu Ruiu, il quale incide nel 1966 un long playng intitolato "Sardegna, canta e prega", presso la RCA Italiana, dove il primo brano proposto è proprio Non potho reposare, armonizzato dallo stesso Banneddu Ruiu. Nello stesso anno, il Coro di Nuoro, diretto da Gian Paolo Mele registra a Milano il long playng "La Sardegna nel canto e nella danza", dove ugualmente troviamo Non potho reposare, armonizzato dal direttore del coro.
Davvero notevole è il successo che riscuotono questi due cori e strepitoso è il successo del brano composto da Sini e Rachel. Tutti i cori nuoresi lo adotteranno con passare degli anni, come il Coro Ortobene, Su Nugoresu, Sos Canarios, il Grazia Deledda e altri ancora, poi via via la maggior parte dei cori isolani.
E' ragionevole pensare che proprio nel 1966, grazie ai due long playng registrati -ormai pietre miliari del canto corale sardo-, il brano Non potho reposare sia uscito perentoriamente dalla semiclandestinità e soprattutto dall'ambito ristretto di Nuoro. E' da questo momento, infatti, che il brano si diffonde e conquista i cuori di tutti i sardi e non soltanto. Ci penseranno, poi, altri nuovi interpreti, gruppi e solisti, più o meno importanti, mentre via via si affacciano sulla scena musicale, a contribuire alla sua completa affermazione. Come le corali Cànepa e Vivaldi di Sassari, Maria Carta, Elena Ledda, I Tazenda, I Bertas, Andrea Parodi, I Cordas e Cannas e molti altri gruppi.
Dopo un viaggio durato più di ottant'anni, possiamo infine affermare che Non potho reposare è approdata e profondamente ancorata nel porto a cui desiderava tanto arrivare, quello del nostro cuore. Oggi amiamo davvero questa canzone, la consideriamo giustamente un piccolo quanto prezioso capolavoro, di per sè un patrimonio poetico e musicale. Un patrimonio nel quale la maggior forza risiede nella sua sfera naturalmente spirituale: è infatti una forza tutt'altro che muscolare, la sua, e il suo canto si rivela e ci coinvolge con una straordinaria fascinazione. E' infatti un canto che, affrancato dai confini e dalle mode, ci fa riscoprire interiormente, pervasi dello suo stesso amore. In ogni tempo.
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NON POTHO REPOSARE

Questa poesia, scritta nel 1915 da Salvatore (Badore) Sini - avvocato, uomo politico e poeta nato a Sarule Meno conosciuta è la seconda parte, "A Diosu", risposta dell'amata allo spasimante lontano, altrettanto bella e struggente.


A DIOSA

Non potho reposare amore, coro,
pessande a tie soe donzi momentu;
no istes in tristura, prenda e'oro,
nè in dispiaghere o pessamentu.
T'assicuro ch'a tie solu bramo,
ca t'amo forte, t'amo, t'amo, t'amo.
Amore meu, prenda d'istimare,
s'affettu meu a tie solu est dau.
S'are giuttu sas alas a bolare
milli vortas a s'ora ippo volau,
pro venner nessi pro ti saludare,
s'atera cosa nono a t'abbisare.
Si m'esseret possibile d'anghèlu,
d'ispiritu invisibile piccavo
sas formas e furavo dae chelu
su sole, sos isteddos e formavo
unu mundu bellissimu pro tene
pro poder dispensare cada bene.
Amore meu, rosa profumada,
amore meu, gravellu olezzante,
amore, coro, immagine adorada.
Amore, coro, so ispasimante,
amore, ses su sole relughente,
ch'ispuntat su manzanu in oriente.
Ses su sole ch'illuminat a mie,
chi m'esaltat su coro e i sa mente;
lizzu vroridu, candidu che nie,
semper in coro meu ses presente.
Amore meu, amore meu, amore,
vive senz'amargura, nè dolore.
Si sa lughe d'isteddos e de sole,
si su bene chi v’est in s'universu
are pothiu piccare in d'una mole,
comente palumbaru m'ippo immersu
in fundu de su mare a regalare
a tie vida, sole, terra e mare.
Unu ritrattu s'essere pintore,
un'istatua 'e marmu ti vachia
s’essere istadu eccellente iscultore,
ma cun dolore naro: "Non d'ischia".
Ma non balen a nudda marmu e tela
in cunfrontu 'e s'amore d'oro vela.
Ti cherio abbrazzare egh’e basare
pro ti versare s'anima in su coro;
ma da lontanu ti deppo adorare.
Pessande chi m'istimas mi ristoro,
chi de sa vida nostra tela e tramas
han sa matessi sorte prite m'amas.
Sa bellesa 'e tramontos, de manzanu
s'alba, aurora, su sole lughente,
sos profumos, sos cantos de veranu,
sos zeffiros, sa brezza relughente
de su mare, s'azzurru de su chelu,
sas menzus cosas dò a tie, anghèlu.
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Non trovo riposo, amore, cuor mio:
il mio pensiero volge a te ogni momento.
Non esser triste, gioia d'oro,
non dispiacerti e non stare in pensiero.
Ti giuro che desidero solo te
perché ti amo, ti amo, ti amo.
Amore mio, tesoro inestimabile,
a te sola è riservato il mio affetto.
Se avessi avuto le ali per volare,
sarei volato da te mille volte:
sarei venuto per salutarti almeno
o anche solo per vederti appena.
Se potessi prenderei
la forma di un angelo,
d'uno spirito invisibile,
ruberei dal cielo sole
e stelle per formare
un mondo bellissimo per te
per poterti dare ogni bene.
Amor mio, rosa profumata;
amor mio, garofano odoroso;
amore, cuore, immagine adorata;
amore, cuore, io spasimo per te,
amore, sei il sole lucente
che spunta la mattina in oriente.
Sei il sole che m'illumina
e m'esalta cuore e mente;
giglio in fiore, candido come la neve,
sei sempre presente nel mio cuore.
Amor mio, amor mio, amore:
vivi senz'amarezza né dolore.
Se la luce delle stelle e del sole
e tutto il bene che c'è nell'universo,
avessi potuto prender tutto in una volta
mi sarei immerso come un palombaro
in fondo all'oceano per regalare a te
vita, sole, terra e mare.
Se fossi pittore ti farei un ritratto,
una statua di marmo
se fossi un eccellente scultore.
Invece dico con dolore: "Non lo so fare".
Ma il marmo e la tela nulla valgono
in confronto alla vela d'oro dell’amore.
Vorrei abbracciarti e baciarti
per versare la mia anima nel tuo cuore.
Ma debbo adorarti da lontano.
Il pensiero del tuo amore mi conforta,
tela e trama della nostra vita
hanno la stessa sorte perché m'ami.
La bellezza dei tramonti, l'alba del mattino,
l’aurora, il sole splendente,
i profumi, i canti della primavera,
gli zefiri, la brezza rilucente
dal mare, l'azzurro del cielo
le cose più belle dono a te, angelo.
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A DIOSU

Si tue non bi podes riposare,
non riposat Diosa, amore, coro.
Frequente mi ponzo a lacrimare
pessande ch'est luntanu su ch'adoro.
Ite m'importat chi brames a mie
si non ti tenzo a curzu rie rie?
Inutil'est s'affettu e i s'amore
da chi mill'annos ti restas lontanu.
S'ares provadu su meu dolore
non t'avio bramadu gosi invanu.
Non podende volare, veni in trenu,
a pede, o curre a caddu senza frenu.
Gravellu meu, Diosu istimadu,
s'anghelu veru, sole, isteddos, luna
ses tue, coro, s'universu amadu;
atera non disizo cos'alcuna.
Su veru, unicu bene ses Diosu,
chi mi vaches provare cada gosu.
Su veru bene, coro, tenzo in sinu
e s’ anima s’esaltad e sa mente
pessande a s’isplendore 'e su divinu
amore, veru sole d'oriente.
Si tue, coro, ses ispasimante,
Diosa, crede, ch'est agonizzante.
Non potho biver, no, senz'amargura,
luntanu dae tene, amadu coro.
A nudda vale sa bella natura
si nòst a curzu su caru tesoro,
pro mi dare cossolu, are recreu
coro, Diosu, amadu prus de Deu.
Tue ses astru, sole, s'universu,
chi m'has donadu a mie cada bene,
cando s'ispada in coro m'has immersu
tinta de samben d'amore de tene.
Pius de s'universu vales tue:
veni, Diosu non restes in cue.
D'unu pintore unu ritrattu bellu,
d'un'istatua 'e marmu verdadera,
de sos profumos de rosa o gravellu,
nudda m'importat de sa primavera,
bastet s'amore cunserves a mie,
coro, candidu lizu prus de nie.
A mie pros s’etemu ses unidu.
Ti cherio cuvare intr'e campàna
n modu chi nessunu t'aret bidu.
Veni mi vasa, su coro mi sana,
veni, t'aspetto, a die, notte, onzora;
veni, Diosu, veni, mi ristora.
Non mi importat tramontos, luch’e die,
nè terra, o mare, nè astros de chelu,
da chi tue su coro has dadu a mie,
ch'has divinu isplendore prus d'anghèlu.
Como, Diosu, cun s'idrovolante
vola, m'abbraza e mi vasa a s’istante.

Salvatore Francesco Sini (1873-1954)

jueves, 26 de agosto de 2010

The Road Home

Tell me where is the road I can call my own,
That I left, that I lost, so long ago?
All these years I have wandered, oh, when will I know
There's a way, there's a road that will lead me home.

After wind, after rain, when the dark is done,
As I wake from a dream in the gold of day,
Through the air there's a calling from far away,
There's a voice I can hear that will lead me home.

"Rise up, follow me, come away," is the call,
With the love in your heart as the only song;
There is no such beauty as where you belong,
Rise up, follow me, I will lead you home.

Michael Dennis Browne

lunes, 23 de agosto de 2010

De Vuelta A Casa

Desde mi cielo a despedirme llegas
fino orvallo que lentamente bañas
los robledos que visten las montañas
de mi tierra, y los maíces de sus vegas.
Compadeciendo mi secura, riegas
montes y valles, los de mis entrañas,
y con tu bruma el horizonte empañas
de mi sino, y así en la fe me anegas.
Madre Vizcaya, voy desde tus brazos
verdes, jugosos, a Castilla enjuta,
donde fieles me aguardan los abrazos
de costumbre, que el hombre no disfruta
de libertad si no es preso en los lazos
de amor, compañero de la ruta.


Miguel de Unamuno

La Pregunta

Amor, una pregunta
te ha destrozado.

Yo he regresado a ti
desde la incertidumbre con espinas.

Te quiero recta como
la espada o el camino.

Pero te empeñas
en guardar un recodo
de sombra que no quiero.

Amor mío,
compréndeme,
te quiero toda,
de ojos a pies, a uñas,
por dentro,
toda la claridad, la que guardabas.

Soy yo, amor mío,
quien golpea tu puerta.
No es el fantasma, no es
el que antes se detuvo
en tu ventana.
Yo echo la puerta abajo:
yo entro en toda tu vida:
vengo a vivir en tu alma:
tú no puedes conmigo.

Tienes que abrir puerta a puerta,
tienes que obedecerme,
tienes que abrir los ojos
para que busque en ellos,
tienes que ver cómo ando
con pasos pesados
por todos los caminos
que, ciegos, me esperaban.

No me temas,
soy tuyo,
pero
no soy el pasajero ni el mendigo,
soy tu dueño,
el que tú esperabas,
y ahora entro
en tu vida,
para no salir más,
amor, amor, amor,
para quedarme.


Pablo Neruda

viernes, 20 de agosto de 2010

Saberte aquí

Podés querer el alba
cuando quieras
he conservado intacto
tu paisaje
podés querer el alba
cuando ames
venir a reclamarte
como eras
aunque ya no seas vos
aunque mi amor te espere
quemándose en tu azar
y tu sueño sea eso
y mucho más
esta noche otra noche
aquí estarás
y cuando gima el tiempo
giratorio
en esta paz ahora
dirás
quiero esta paz
ahora podés
venir a reclamarte
penetrar en tu noche
de alegre angustia
reconocer tu tibio
corazón sin excusas
los cuadros
las paredes
saberte aquí
he conservado intacto
tu paisaje
pero no sé hasta dónde
está intacto sin vos
podés querer el alba
cuando quieras
venir a reclamarte
como eras
aunque el pasado sea
despiadado
y hostil
aunque contigo traigas
dolor y otros milagros
aunque seas otro rostro
de tu cielo hacia mí.


Mario Benedetti

jueves, 19 de agosto de 2010

DESECHANDO LO DESECHABLE

(Correccion de la entrada anterior. Vease comentario en la misma)

Seguro que el destino se ha confabulado para complicarme la vida.

No consigo acomodar el cuerpo a los nuevos tiempos.

O por decirlo mejor: no consigo acomodar el cuerpo al “use y tire” ni al “compre y compre” ni al “desechable”.

Ya sé, tendría que ir a terapia o pedirle a algún siquiatra que me medicara.

Lo que me pasa es que no consigo andar por el mundo tirando cosas y cambiándolas por el modelo siguiente sólo porque a alguien se le ocurre agregarle una función o achicarlo un poco.

No hace tanto con mi mujer lavábamos los pañales de los gurises.

Los colgábamos en la cuerda junto a los chiripás; los planchábamos, los doblábamos y los preparábamos para que los volvieran a ensuciar.

Y ellos… nuestros nenes… apenas crecieron y tuvieron sus propios hijos se encargaron de tirar todo por la borda (incluyendo los pañales).

¡Se entregaron inescrupulosamente a los desechables!

Sí, ya sé… a nuestra generación siempre le costó tirar.

¡Ni los desechos nos resultaron muy desechables!


Y así anduvimos por las calles uruguayas guardando los mocos en el bolsillo y las grasas en los repasadores. Y nuestras hermanas y novias se las arreglaban como podían con algodones para enfrentar mes a mes su fertilidad.

¡Nooo! Yo no digo que eso era mejor.

Lo que digo es que en algún momento me distraje, me caí del mundo y ahora no sé por dónde se entra.

Lo más probable es que lo de ahora esté bien, eso no lo discuto.

Lo que pasa es que no consigo cambiar el equipo de música una vez por año, el celular cada tres meses o el monitor de la computadora todas las navidades.

¡Guardo los vasos desechables! ¡Lavo los guantes de látex que eran para usar una sola vez! ¡Apilo como un viejo ridículo las bandejitas de espuma plast de los pollos! ¡Los cubiertos de plástico conviven con los de alpaca en el cajón de los cubiertos!

Es que vengo de un tiempo en que las cosas se compraban para toda la vida.

¡Es más! ¡Se compraban para la vida de los que venían después!

La gente heredaba relojes de pared, juegos de copas, fiambreras de tejido y hasta palanganas y escupideras de loza.

Y resulta que en nuestro no tan largo matrimonio, hemos tenido más cocinas que las que había en todo el barrio en mi infancia y hemos cambiado de heladera tres veces.

¡Nos están jodiendo!

¡¡Yo los descubrí… lo hacen adrede!!

Todo se rompe, se gasta, se oxida, se quiebra o se consume al poco tiempo para que tengamos que cambiarlo.

Nada se repara.

¿Dónde están los zapateros arreglando las medias suelas de las Nike?

¿Alguien ha visto a algún colchonero escardando sommier casa por casa?

¿Quién arregla los cuchillos eléctricos? ¿El afilador o el electricista?

¿Habrá teflón para los hojalateros o asientos de aviones para los talabarteros?

Todo se tira, todo se deshecha y mientras tanto producimos más y más basura.

El otro día leí que se produjo más basura en los últimos 40 años que en toda la historia de la humanidad.

El que tenga menos de 40 años no va a creer esto: ¡¡Cuando yo era niño por mi casa no pasaba el basurero!!

¡¡Lo juro!! ¡Y tengo menos de 50 años!

Todos los desechos eran orgánicos e iban a parar al gallinero, a los patos o a los conejos (y no estoy hablando del siglo XVII)

No existía el plástico ni el nylon.

La goma sólo la veíamos en las ruedas de los autos y las que no estaban rodando las quemábamos en San Juan.

Los pocos desechos que no se comían los animales, servían de abono o se quemaban.

De por ahí vengo yo.

Y no es que haya sido mejor.

Es que no es fácil para un pobre tipo al que educaron en el “guarde y guarde que alguna vez puede servir para algo” pasarse al “compre y tire que ya se viene el modelo nuevo”.

Mi cabeza no resiste tanto.

Ahora mis parientes y los hijos de mis amigos no sólo cambian de celular una vez por semana, sino que además cambian el número, la dirección electrónica y hasta la dirección real.

Y a mí me prepararon para vivir con el mismo número, la misma mujer, la misma casa y el mismo nombre (y vaya sí era un nombre como para cambiarlo)

Me educaron para guardar todo.

¡Toooodo!

Lo que servía y lo que no.

Porque algún día las cosas podían volver a servir.

Le dábamos crédito a todo.

Sí… ya sé, tuvimos un gran problema: nunca nos explicaron qué cosas nos podían servir y qué cosas no.

Y en el afán de guardar (porque éramos de hacer caso) guardamos hasta el ombligo de nuestro primer hijo, el diente del segundo, las carpetas de jardinera… y no sé cómo no guardamos la primera caquita.

¡¿Cómo quieren que entienda a esa gente que se desprende de su celular a los pocos meses de comprarlo?!

¿Será que cuando las cosas se consiguen fácilmente no se valoran y se vuelven desechables con la misma facilidad con que se consiguieron?

En casa teníamos un mueble con cuatro cajones.

El primer cajón era para los manteles y los repasadores, el segundo para los cubiertos y el tercero y el cuarto para todo lo que no fuera mantel ni cubierto.

Y guardábamos.

¡¡Cómo guardábamos!!

¡¡Tooooodo lo guardábamos!!

¡Guardábamos las chapitas de los refrescos!

¡¿Cómo para qué?!

Hacíamos limpia calzados para poner delante de la puerta para quitarnos el barro. Dobladas y enganchadas a una piola se convertían en cortinas para los bares.

Al terminar las clases le sacábamos el corcho, las martillábamos y las clavábamos en una tablita para hacer los instrumentos para la fiesta de fin de año de la escuela.

¡Tooodo guardábamos!

Las cosas que usábamos: mantillas de faroles, ruleros, ondulines y agujas de primus.

Y las cosas que nunca usaríamos.

Botones que perdían a sus camisas y carreteles que se quedaban sin hilo se iban amontonando en el tercer y en el cuarto cajón.

Partes de lapiceras que algún día podíamos volver a precisar.

Cañitos de plástico sin la tinta, cañitos de tinta sin el plástico, capuchones sin la lapicera, lapiceras sin el capuchón.

Encendedores sin gas o encendedores que perdían el resorte. Resortes que perdían a su encendedor. Cuando el mundo se exprimía el cerebro para inventar encendedores que se tiraran al terminar su ciclo, los uruguayos inventábamos la recarga de los encendedores descartables.

Y las Gillette -hasta partidas a la mitad- se convertían en sacapuntas por todo el ciclo escolar. Y nuestros cajones guardaban las llavecitas de las latas de paté o del corned beef, por las dudas que alguna lata viniera sin su llave.

¡Y las pilas!

Las pilas de las primeras Spica pasaban del congelador al techo de la casa.

Porque no sabíamos bien si había que darles calor o frío para que vivieran un poco más.

No nos resignábamos a que se terminara su vida útil, no podíamos creer que algo viviera menos que un jazmín.

Las cosas no eran desechables… eran guardables.

¡¡Los diarios!! Servían para todo: para hacer plantillas para las botas de goma, para poner en el piso los días de lluvia y por sobre todas las cosas para envolver. ¡Las veces que nos enterábamos de algún resultado leyendo el diario pegado al cuadril!

Y guardábamos el papel plateado de los chocolates y de los cigarros para hacer guías de pinitos de navidad y las páginas del almanaque del Banco de Seguros para hacer cuadros, y los cuentagotas de los remedios por si algún remedio no traía el cuentagotas y los fósforos usados porque podíamos prender una hornalla de la Volcán desde la otra que estaba prendida y las cajas de zapatos que se convirtieron en los primeros álbumes de fotos.

Y las cajas de cigarros Richmond se volvían cinturones y posamates, y los frasquitos de las inyecciones con tapitas de goma se amontonaban vaya a saber con qué intención, y los mazos de cartas se reutilizaban aunque faltara alguna, con la inscripción a mano en una sota de espada que decía “éste es un 4 de bastos”.

Los cajones guardaban pedazos izquierdos de palillos de ropa y el ganchito de metal.

Al tiempo albergaban sólo pedazos derechos que esperaban a su otra mitad para convertirse otra vez en un palillo.

Yo sé lo que nos pasaba: nos costaba mucho declarar la muerte de nuestros objetos.

Así como hoy las nuevas generaciones deciden “matarlos” apenas aparentan dejar de servir, aquellos tiempos eran de no declarar muerto a nada… ni a Walt Disney.

Y cuando nos vendieron helados en copitas cuya tapa se convertía en base y nos dijeron “Tómese el helado y después tire la copita”, nosotros dijimos que sí, pero… ¡minga que la íbamos a tirar! Las pusimos a vivir en el estante de los vasos y de las copas.

Las latas de arvejas y de duraznos se volvieron macetas y hasta teléfonos.

Las primeras botellas de plástico -las de suero y las de Agua Jane- se transformaron en adornos de dudosa belleza.

Las hueveras se convirtieron en depósitos de acuarelas, las tapas de bollones en ceniceros, las primeras latas de cerveza en portalápices y los corchos esperaron encontrarse con una botella.

Y me muerdo para no hacer un paralelo entre los valores que se desechan y los que preservábamos.

No lo voy a hacer.

Me muero por decir que hoy no sólo los electrodomésticos son desechables; que también el matrimonio y hasta la amistad es descartable.

Pero no cometeré la imprudencia de comparar objetos con personas.

Me muerdo para no hablar de la identidad que se va perdiendo, de la memoria colectiva que se va tirando, del pasado efímero.

No lo voy a hacer.

No voy a mezclar los temas, no voy a decir que a lo perenne lo han vuelto caduco y a lo caduco lo hicieron perenne.

No voy a decir que a los ancianos se les declara la muerte apenas empiezan a fallar en sus funciones, que los cónyuges se cambian por modelos más nuevos, que a las personas que les falta alguna función se les discrimina o que valoran más a los lindos, con brillo y glamour.

Esto sólo es una crónica que habla de pañales y de celulares.

De lo contrario, si mezcláramos las cosas, tendría que plantearme seriamente entregar a la bruja como parte de pago de una señora con menos kilómetros y alguna función nueva.

Pero yo soy lento para transitar este mundo de la reposición y corro el riesgo que la bruja me gane de mano … y sea yo el entregado.

Y yo…no me entrego.


2006 Enero

miércoles, 18 de agosto de 2010

Me caí del mundo y no sé por dónde se entra.

Lo que me pasa es que no consigo andar por el mundo tirando cosas y cambiándolas por el modelo siguiente sólo porque a alguien se le ocurre agregarle una función o achicarlo un poco..

No hace tanto, con mi mujer, lavábamos los pañales de los críos, los colgábamos en la cuerda junto a otra ropita, los planchábamos, los doblábamos y los preparábamos para que los volvieran a ensuciar.

Y ellos, nuestros nenes, apenas crecieron y tuvieron sus propios hijos se encargaron de tirar todo por la borda, incluyendo los pañales.

¡Se entregaron inescrupulosamente a los desechables! Si, ya lo sé. A nuestra generación siempre le costó botar. ¡Ni los desechos nos resultaron muy desechables! Y así anduvimos por las calles guardando los mocos en el pañuelo de tela del bolsillo.

¡¡¡Nooo!!! Yo no digo que eso era mejor. Lo que digo es que en algún momento me distraje, me caí del mundo y ahora no sé por dónde se entra. Lo más probable es que lo de ahora esté bien, eso no lo discuto. Lo que pasa es que no consigo cambiar el equipo de música una vez por año, el celular cada tres meses o el monitor de la computadora todas las navidades.

¡Guardo los vasos desechables!

¡Lavo los guantes de látex que eran para usar una sola vez!

¡Los cubiertos de plástico conviven con los de acero inoxidable en el cajón de los cubiertos!

Es que vengo de un tiempo en el que las cosas se compraban para toda la vida!

¡Es más!
¡Se compraban para la vida de los que venían después!
La gente heredaba relojes de pared, juegos de copas, vajillas y hasta palanganas de loza.
Y resulta que en nuestro no tan largo matrimonio, hemos tenido más cocinas que las que había en todo el barrio en mi infancia y hemos cambiado de refrigerador tres veces.

¡¡Nos están fastidiando! ! ¡¡Yo los descubrí!! ¡¡Lo hacen adrede!! Todo se rompe, se gasta, se oxida, se quiebra o se consume al poco tiempo para que tengamos que cambiarlo. Nada se repara. Lo obsoleto es de fábrica.

¿Dónde están los zapateros arreglando las media-suelas de los tenis Nike?
¿Alguien ha visto a algún colchonero escardando colchones casa por casa?
¿Quién arregla los cuchillos eléctricos? ¿El afilador o el electricista?
¿Habrá teflón para los hojalateros o asientos de aviones para los talabarteros?
Todo se tira, todo se desecha y, mientras tanto, producimos más y más y más basura.

El otro día leí que se produjo más basura en los últimos 40 años que en toda la historia de la humanidad.
El que tenga menos de 30 años no va a creer esto: ¡¡Cuando yo era niño por mi casa no pasaba el que recogía la basura!!
¡¡Lo juro!! ¡Y tengo menos de... años!
Todos los desechos eran orgánicos e iban a parar al gallinero, a los patos o a los conejos (y no estoy hablando del siglo XVII)

No existía el plástico ni el nylon. La goma sólo la veíamos en las ruedas de los autos y las que no estaban rodando las quemábamos en la Fiesta de San Juan.
Los pocos desechos que no se comían los animales, servían de abono o se quemaban. De 'por ahí' vengo yo. Y no es que haya sido mejor.. Es que no es fácil para un pobre tipo al que lo educaron con el 'guarde y guarde que alguna vez puede servir para algo', pasarse al 'compre y bote que ya se viene el modelo nuevo'.Hay que cambiar el auto cada 3 años como máximo, porque si no, eres un arruinado. Así el coche que tenés esté en buen estado . Y hay que vivir endeudado eternamente para pagar el nuevo!!!! Pero por Dios.

Mi cabeza no resiste tanto.

Ahora mis parientes y los hijos de mis amigos no sólo cambian de celular una vez por semana, sino que, además, cambian el número, la dirección electrónica y hasta la dirección real.

Y a mí me prepararon para vivir con el mismo número, la misma mujer, la misma casa y el mismo nombre (y vaya si era un nombre como para cambiarlo) Me educaron para guardar todo. ¡¡¡Toooodo!!! Lo que servía y lo que no. Porque algún día las cosas podían volver a servir. Le dábamos crédito a todo.

Si, ya lo sé, tuvimos un gran problema: nunca nos explicaron qué cosas nos podían servir y qué cosas no. Y en el afán de guardar (porque éramos de hacer caso) guardamos hasta el ombligo de nuestro primer hijo, el diente del segundo, las carpetas del jardín de infantes y no sé cómo no guardamos la primera caquita. ¿Cómo quieren que entienda a esa gente que se desprende de su celular a los pocos meses de comprarlo?

¿Será que cuando las cosas se consiguen fácilmente, no se valoran y se vuelven desechables con la misma facilidad con la que se consiguieron?

En casa teníamos un mueble con cuatro cajones. El primer cajón era para los manteles y los repasadores, el segundo para los cubiertos y el tercero y el cuarto para todo lo que no fuera mantel ni cubierto. Y guardábamos.. . ¡¡Cómo guardábamos!! ¡¡Tooooodo lo guardábamos!! ¡¡Guardábamos las tapas de los refrescos!! ¡¿Cómo para qué?! Hacíamos limpia-calzados para poner delante de la puerta para quitarnos el barro. Dobladas y enganchadas a una piola se convertían en cortinas para los bares. Al terminar las clases le sacábamos el corcho, las martillábamos y las clavábamos en una tablita para hacer los instrumentos para la fiesta de fin de año de la escuela. ¡Tooodo guardábamos!

Cuando el mundo se exprimía el cerebro para inventar encendedores que se tiraban al terminar su ciclo, inventábamos la recarga de los encendedores descartables. Y las Gillette -hasta partidas a la mitad- se convertían en sacapuntas por todo el ciclo escolar. Y nuestros cajones guardaban las llavecitas de las latas de sardinas o del corned-beef, por las dudas que alguna lata viniera sin su llave. ¡Y las pilas! Las pilas de las primeras Spica pasaban del congelador al techo de la casa. Porque no sabíamos bien si había que darles calor o frío para que vivieran un poco más. No nos resignábamos a que se terminara su vida útil, no podíamos creer que algo viviera menos que un jazmín.

Las cosas no eran desechables. Eran guardables. ¡¡¡Los diarios!!! Servían para todo: para hacer plantillas para las botas de goma, para pone r en el piso los días de lluvia y por sobre todas las cosas para envolver. ¡¡¡Las veces que nos enterábamos de algún resultado leyendo el diario pegado al trozo de carne!!!

Y guardábamos el papel plateado de los chocolates y de los cigarros para hacer guías de pinitos de navidad y las páginas del almanaque para hacer cuadros y los goteros de las medicinas por si algún medicamento no traía el cuentagotas y los fósforos usados porque podíamos prender una hornalla de la Volcán desde la otra que estaba prendida y las cajas de zapatos que se convirtieron en los primeros álbumes de fotos y los mazos de naipes se reutilizaban aunque faltara alguna, con la inscripción a mano en una sota de espada que decía 'éste es un 4 de bastos'.

Los cajones guardaban pedazos izquierdos de pinzas de ropa y el ganchito de metal. Al tiempo albergaban sólo pedazos derechos que esperaban a su otra mitad para convertirse otra vez en una pinza completa.

Yo sé lo que nos pasaba: nos costaba mucho declarar la muerte de nuestros objetos. Así como hoy las nuevas generaciones deciden 'matarlos' apenas aparentan dejar de servir, aquellos tiempos eran de no declarar muerto a nada: ¡¡¡ni a Walt Disney!!!

Y cuando nos vendieron helados en copitas cuya tapa se convertía en base y nos dijeron: 'Cómase el helado y después tire la copita', nosotros dijimos que sí, pero, ¡¡¡minga que la íbamos a tirar!!! Las pusimos a vivir en el estante de los vasos y de las copas. Las latas de arvejas y de duraznos se volvieron macetas y hasta teléfonos. Las primeras botellas de plástico se transformaron en adornos de dudosa belleza. Las hueveras se convirtieron en depósitos de acuarelas, las tapas de botellones en ceniceros, las primeras latas de cerveza en portalápices y los corchos esperaron encontrarse con una botella.

Y me muerdo para no hacer un paralelo entre los valores que se desechan y los que preservábamos. ¡¡¡Ah!!! ¡¡¡No lo voy a hacer!!! Me muero por decir que hoy no sólo los electrodomésticos son desechables; que también el matrimonio y hasta la amistad son descartables.

Pero no cometeré la imprudencia de comparar objetos con personas. Me muerdo para no hablar de la identidad que se va perdiendo, de la memoria colectiva que se va tirando, del pasado efímero. No lo voy a hacer. No voy a mezclar los temas, no voy a decir que a lo perenne lo han vuelto caduco y a lo caduco lo hicieron perenne. No voy a decir que a los ancianos se les declara la muerte apenas empiezan a fallar en sus funciones, que los cónyuges se cambian por modelos más nuevos, que a las personas que les falta alguna función se les discrimina o que valoran más a los lindos, con brillo,pegatina en el cabello y glamour.

Esto sólo es una crónica que habla de pañales y de celulares. De lo contrario, si mezcláramos las cosas, tendría que plantearme seriamente entregar a la 'bruja' como parte de pago de una señora con menos kilómetros y alguna función nueva. Pero yo soy lento para transitar este mundo de la reposición y corro el riesgo de que la 'bruja' me gane de mano y sea yo el entregado.

Eduardo Galeano, periodista y escritor uruguayo.

Lux Aeterna




Lux Aeterna es una obra de Fernando Moruja.

Este compositor nació en Lomas de Zamora en 1960. Ingresó del Conservatorio Municipal de Música “Manuel de Falla” y estudió armonía y composición con Manolo Juárez y canto con Ana Sirulnik. Realizó cursos con Carlos López Puccio, Eduardo Sohns, Josep Cabré y Werner Pfaff. Compuso numerosas obras corales que han pasado a formar parte del repertorio de muchos coros argentinos y latinoamericanos. Fue presidente de la Asociación de Directores de Coro (ADICORA), filial ciudad de Buenos Aires. Dirigió el Coral de la Rábida y el Vocal Meridión, cantó en el Grupo Vocal de Difusión y fue un querido integrante del Estudio Coral de Buenos Aires hasta su fallecimiento en 2004 en Buenos Aires, cuando contaba con 44 años.

Impresionante esta versión de Lux Aeterna por parte del Coro Amicana de Mendoza (Argentina) dirigido por Mónica Pacheco.

martes, 17 de agosto de 2010

por un beso...

"Por una mirada, un mundo;
por una sonrisa, un cielo;
por un beso...
¡yo no sé qué te diera por un beso!"

(Gustavo Adolfo Bécquer)

Tapiola Choir

Tapiolan kuoro - Tapiola Choir (2010) from Tapiolan Kuoro on Vimeo.

NOSTALGIA

TÁCTICA Y ESTRATEGIA

Mi táctica es
mirarte
aprender como sos
quererte como sos

mi táctica es
hablarte
y escucharte
construir con palabras
un puente indestructible

mi táctica es
quedarme en tu recuerdo
no sé cómo ni sé
con qué pretexto
pero quedarme en vos

mi táctica es
ser franco
y saber que sos franca
y que no nos vendamos
simulacros
para que entre los dos
no haya telón
ni abismos

mi estrategia es
en cambio
más profunda y más
simple

mi estrategia es
que un día cualquiera
no sé cómo ni sé
con qué pretexto
por fin me necesites

lunes, 16 de agosto de 2010

Amor

Mujer, yo hubiera sido tu hijo, por beberte
la leche de los senos como de un manantial,
por mirarte y sentirte a mi lado, y tenerte
en la risa de oro y la voz de cristal.
Por sentirte en mis venas como Dios en los ríos
y adorarte en los tristes huesos de polvo y cal,
porque tu ser pasara sin pena al lado mío
y saliera en la estrofa --limpio de todo mal--.

¡Cómo sabría amarte, mujer cómo sabría
amarte, amarte como nadie supo jamás!
Morir y todavía
amarte más.
Y todavía
amarte más.

Pablo Neruda

sábado, 14 de agosto de 2010

Sure on this Shining Night



Sure on this shining night
Of star made shadows round,
Kindness must watch for me
This side the ground.
The late year lies down the north.
All is healed, all is health.
High summer holds the earth.
Hearts all whole.
Sure on this shining night I weep for wonder wand'ring far
alone
Of shadows on the stars.

The poem comes from a book by James Agee entitled "Permit Me Voyage" published 1934 by Yale University Press;

lunes, 9 de agosto de 2010

El Halcón no vuela

Un rey recibió como obsequio dos pichones de halcón y los entregó al maestro de cetrería para que los entrenara. Pasados unos meses, el instructor le comunicó que uno de los halcones estaba perfectamente educado, pero que no sabía qué le sucedía al otro: no se había movido de la rama desde el día de su llegada a palacio, e incluso había que llevarle el alimento hasta allí.

El rey mandó llamar a curanderos y sanadores de todo tipo, pero nadie pudo hacer volar al ave. Encargó entonces la misión a miembros de la corte, pero nada sucedió; por la ventana de sus habitaciones, el monarca veía que el pájaro continuaba inmóvil. Publicó por fin un bando entre sus súbditos solicitando ayuda, y a la mañana siguiente vio al halcón volar ágilmente por los jardines.

—Traedme al autor de ese milagro —dijo.

En seguida le presentaron a un campesino.

—¿Tú hiciste volar al halcón? ¿Cómo lo lograste?

¿Eres mago, acaso?

Entre feliz e intimidado, el hombrecito explicó:

—No fue difícil, Su Alteza: sólo corté la rama. El pájaro se dio cuenta de que tenía alas y se lanzó a volar.


Así somos los seres humanos. Estamos atados al pasado y al presente porque no nos hemos dado cuenta de que tenemos el poder de volar y buscar nuestro verdadero destino.

Algunos tienen el privilegio de que algún acontecimiento rompa la rama de la costumbre, de la seguridad. Sólo entonces se dan cuenta de que son superiores a las circunstancias.

En muchas ocasiones lo tenemos todo y no logramos vivir plenamente; quizá es necesario que alguien nos corte la rama para que podamos arriesgarnos al vuelo. A veces las cosas inesperadas y que en principio parecen negativas son verdaderas bendiciones.